Come ho scoperto The Pit
Era una sera di lockdown, quella maledetta primavera del 2020. Ero stesa sul divano, con Netflix che mi proponeva l’ennesima serie turca con ambientazioni patinate e amori impossibili. Avevo già visto qualche drama – Kara Sevda, Erkenci Kuş – e mi piacevano, ma sentivo il bisogno di qualcosa di più… sporco, vero. Poi un amico, che vive a Lugano, mi scrive: “Devi vedere Çukur. È come Gomorra ma con più tè e meno pistole.” Non sapevo cosa aspettarmi, ma la curiosità era troppa.
La prima scena? Un quartiere popolare di Istanbul, muri scrostati, bambini che giocano a calcio per strada, e un uomo che cammina con una sicurezza quasi fastidiosa. Quell’uomo era Yamaç Koçovalı, il figlio più giovane. La sua faccia, la sua rabbia trattenuta, mi hanno preso subito. Non era il solito protagonista bello e tormentato che si innamora della ragazza sbagliata. No, Yamaç tornava a casa perché la sua famiglia – i Koçovars – stava perdendo il controllo del “Çukur”, il loro quartiere. E in quel ritorno c’era tutta la tensione di un figlio che non voleva più essere parte di quel mondo, ma che non poteva scappare. La prima stagione l’ho divorata in tre giorni, e ogni episodio finiva con un colpo di scena che mi faceva urlare allo schermo: “Ma come si fa a lasciarmi così?!”
Cosa rende questa serie diversa dai soliti drama turchi
Ok, parliamoci chiaro: se siete abituati ai drama turchi con le loro ville sul Bosforo, i vestiti firmati e i baci casti dopo venti episodi, The Pit vi farà l’effetto di un pugno in faccia. E in senso buono. Qui non c’è spazio per romanticismi zuccherosi. La storia è cruda, violenta, ma anche incredibilmente umana. I Koçovars non sono una famiglia perfetta: sono criminali, sì, ma con un codice d’onore che ti fa quasi tifare per loro. E poi c’è la regia: le inquadrature sono cinematografiche, con una fotografia che gioca su toni cupi e rossi intensi. Ogni scena di lotta sembra una coreografia, e le location – il quartiere di Balat, con le sue strade strette e le case colorate – diventano un personaggio a sé.
Il cast? Aras Bulut İynemli (Yamaç) è una bomba. Il suo sguardo può passare dalla dolcezza alla follia in un secondo. E poi c’è Erkan Kolçak Köstendil (Sultan), il fratello maggiore, che ha una presenza scenica che ti ipnotizza. La chimica tra tutti è pazzesca: sembra che recitino insieme da una vita. E non parliamo della colonna sonora: ogni episodio ha una canzone che si incastra perfettamente, dai pezzi hip-hop turchi alle ballate malinconiche. Insomma, The Pit non è solo un drama: è un’esperienza che ti prende lo stomaco e non ti molla.
Dove lo guardo qui da noi
In Italia e nella Svizzera italiana, la piattaforma più comoda è Netflix. Sì, The Pit è disponibile in italiano (doppiato) e in originale con sottotitoli. Personalmente, ho visto i primi episodi in italiano, ma poi sono passato ai sottotitoli: la voce di Aras Bulut İynemli è troppo importante per perderla con un doppiaggio, anche se quello italiano non è male. Se volete la versione integrale (tutte le 4 stagioni), Netflix è la scelta migliore. Attenzione: alcune piattaforme come Tabii (il servizio turco) offrono la serie in originale, ma non sono sempre accessibili senza VPN. Per noi italiani, Netflix è la soluzione più legale e comoda. E se siete in Svizzera, funziona allo stesso modo. Ah, una dritta: guardatelo in lingua originale con i sottotitoli. La recitazione è troppo potente per essere mediata da un doppiaggio.
Cosa ho guardato dopo (e potrebbe piacervi)
Se The Pit vi ha lasciato un vuoto, ecco tre drama turchi che ho amato:
- Kurt Seyit ve Şura – Un amore impossibile sullo sfondo della guerra russo-turca. Meno violenza, ma la stessa intensità emotiva. Una chicca.
- Ezel – Un uomo che torna sotto mentite spoglie per vendicarsi. La trama è un labirinto, e ogni episodio ti lascia senza fiato. Più simile a The Pit di quanto pensiate.
- İçerde – Due fratelli separati, uno poliziotto e l’altro infiltrato nella mafia. Azione pura, con colpi di scena che vi faranno impazzire.
Cose che mi chiedono sempre
1. “Ma è vero che la serie è così violenta?” Sì, ma non è violenza gratuita. Ogni pugno, ogni sparo ha un peso nella storia. E onestamente, dopo i primi episodi, non ci fate più caso: siete troppo presi dai personaggi.
2. “Quanto tempo ci vuole per finirla?” Quattro stagioni, circa 130 episodi. Se vi piace, vi passa in un mese. Io l’ho finita in tre settimane, guardando due episodi al giorno. Ma attenzione: il finale è controverso. Alcuni lo amano, altri lo odiano. Io? Ho pianto come un bambino.
3. “Vale la pena anche se non sono un fan dei drama turchi?” Assolutamente sì. The Pit è per chi ama le storie di famiglie disfunzionali, di lealtà e tradimento. Se vi piace Peaky Blinders o Gomorra, questo è il vostro pane. E poi, è un’occasione per scoprire una Istanbul lontana dai cliché turistici. Fidatevi, non ve ne pentirete.
